Don Cesare condannato anche in appello
giovedì 5 luglio 2012
L'ex direttore del Regina Pacis condannato a 5 anni e 4 mesi per violenza, calunnie e minacce contro gli ospiti del Cpt.


Pene confermate in appello per Don Cesare Lodeserto, ex direttore del Cpt Regina Pacis. Cinque anni e quattro mesi e l’interdizione dai pubblici uffici la pena, già emessa in primo grado, per le violenze commesse all’interno del centro di permanenza temporanea contro alcuni ragazzi maghrebini,‘ospiti’ nella struttura di San Foca. Insieme a lui sono imputati nel procedimento anche il nipote, Giuseppe Lodeserto, e Natalia Vieru, rumena. La corte d’appello, composta da Vincenzo Scardia, Eva Toscani e Cinzia Vergine, ha dunque confermato quanto già asserito nel primo grado di giudizio, condannando il prelato - che dal 2007 risiede a Chisinau dove ha anche ottenuto la cittadinanza ‘per meriti straordinari acquisiti nel settore sociale’ - per i reati di calunnia, violenza e minacce. Sempre a suo carico, inoltre, anche l’estorsione nei confronti di alcune donne rumene e moldave, costrette a lavorare in nero per otto ore al giorno per un compenso di 25 euro. Un lavoro cui erano costrette, visto che, come accertato dalle indagini, erano sotto lo scacco di Don Cesare il quale, oltre a minacciarle, sequestrava loro passaporti e permessi di soggiorno per impedirgli di ribellarsi.
La vicenda, che all’epoca scosse e non poco Lecce, suscitando polemiche tra gli increduli innocentisti e i colpevolisti, gettò una luce fosca su tutto l’operato di Don Cesare, fino al 2007 visto dai più come un benefattore. I dettagli della vicenda, venuti fuori durante il primo processo, svelarono una realtà di violenze e vessazioni inimmaginabili. I ragazzi maghrebini che riuscirono a fuggire dal Cpt, da cui poi nacque l’inchiesta, furono con fatica ritenuti attendibili. Affiancati tutto il tempo dal Lecce Social Forum, diventarono i testimoni chiavi di una indagine che divenne molto più grande di quanto ci si aspettava. Il clima di vessazioni e minacce finì per riguardare anche un medico impiegato nel Centro, il dottor Refolo, possibile testimone d’accusa contro, minacciato a più riprese da Armando Mara, uno degli uomini di fiducia di don Cesare.