Baraccopoli Manifattura: il tetto dei senza tetto
domenica 10 giugno 2012
Dove un tempo si lavorava il tabacco oggi vivono da anni nei garage gli invisibili di Lecce. Nella vecchia Manifattura di via Birago le loro baracche, che in tanti fingono di non vedere
 
“Lo scriva che abbiamo bisogno di aiuto, lo scriva. Noi qui siamo abusivi, sì, e ci aspettiamo pure che prima o poi vengano a sfrattarci. Ma è troppo facile mandarci via e lasciarci per strada. Sono venuti sindacati, politici. Tutti hanno visto le condizioni in cui abitiamo. E poi hanno chiuso gli occhi”. Francis è un fiume in piena, non smette di parlare, mentre in punta di piedi entriamo nella sua baracca. Viene dalla Liberia, dal 2004 è in Italia, di anni ne ha 33. È stato uno degli “schiavi del fotovoltaico”, operaio Tecnova. Ora lavora in nero nei cantieri edili della zona. E quando torna a casa, torna qui, in uno dei depositi della ex Manifattura tabacchi di via Birago, a Lecce. Uno stanzone buio e confuso, abitato anche da altri quattro ragazzi. Ghana, Senegal. 
C’è mezza Africa qui dentro e tutti sono giovanissimi. Hanno pranzato da poco, l’odore del pomodoro è ancora nell’aria. A destra e sinistra, brande spoglie, televisori accatastati, stracci usati come divisori. “Tu non immagini il freddo, quest’inverno. Non ci sono vetri alle finestre e ora temiamo che possano entrare animali. E poi non c’è luce, usiamo una torcia. E non c’è l’acqua. Ci laviamo come le bestie, in quella tinozza”. 
Da fuori, da quel portone grigio di legno, non t’aspetti cosa ci sia dentro. Francis te lo fa toccare con mano. E tutto diventa un’altra storia. È da oltre un anno che vive qui. “Pur avendo il permesso di soggiorno, il contratto regolare di lavoro non te lo fa nessuno- dice-. E senza di quello, anche un contratto d’affitto diventa impossibile. Io da Lecce non vorrei andar via, ma questa situazione è uno schifo. Eppure un tetto almeno ce l’ho”. Ha rinunciato da tempo alla corsa ai posti letto nella comunità Emmaus, la struttura accanto alla Chiesa dell’Idria gestita dalla Caritas. Troppo piccola, concepita per appena 15 ospiti, che a volte diventano 20, ma di più non si può. 
Alternative non ce ne sono. Perché a Lecce continua a mancare un dormitorio pubblico e non basterà neppure la Casa della Carità della Diocesi. La sua apertura era prevista per gli inizi di giugno, “slitterà agli inizi di ottobre, perché il cantiere ci verrà consegnato a fine mese e poi dobbiamo avere il tempo di allestirla”, dice don Attilio Mesagne, responsabile della Caritas. 
In via Birago, nel frattempo, il bocciofilo comunale divide il marciapiede con migranti e clochard, che sono diventati di casa. Giovina, una ragazza di Salerno, lo ha scritto a chiare lettere fuori dalla porta. E i dirimpettai non fanno problemi. “È da almeno tre anni che questi vecchi garage sono occupati. È gente tranquilla, ci sta simpatica. Meriterebbe di meglio, però”. 
Il signor Antonio vive dall’altra parte della strada, proprio di fronte, e se la prende con chi da qui non è mai passato. Non un amministratore, non un assistente sociale. “Come se non ci fossero quei poveri cristi. Forse aspettano solo che inizino i lavori nella manifattura, così saranno costretti ad andarsene. E avranno risolto il problema”. 
 
Tiziana Colluto 
 
(fonte: FREE Lecce)