Iannacone a Otranto: "Il mio giornalismo antropologico a servizio delle storie"
martedì 10 settembre 2019

Il giornalista Rai, premiato nella Città dei Martiri, racconta il suo “metodo” e parla d’informazione.

È stato tra i premiati nella serata di domenica a Otranto nell’ambito del festival “Giornalisti del Mediterraneo”: Domenico Iannacone è uno dei volti più noti della Rai, che con “I dieci comandamenti” prima e “Che ci faccio qui” ha portato in tv un modo molto particolare di raccontare le storie che definisce “minime” ma che gli valgono riconoscimenti e apprezzamenti. Cinque volte “Premio Ilaria Alpi”, Iannacone parla con noi di giornalismo, di metodo giornalistico e di precarietà.  

Nella sua carriera ha fatto incetta di premi, cosa si prova ogni volta a vincerne uno per il proprio lavoro?

“In questo periodo sto ricevendo molti premi e questo mi gratifica, ma per me è un segnale che mi fa capire come mi percepiscono gli altri. Questa è una bussola, che mi permette di avere una direzione e di dire che il lavoro che sto facendo sta pagando. Ci sono stati anni difficili, in cui ho dovuto imporre questo modello televisivo e non era scontato. Ho rallentato quando gli altri acceleravano, me ne sono andato dalle redazioni, perché non mi sentivo più libero di fare delle cose e, in questo modo, oggi, con questa televisione che sto facendo e con i premi che arrivano, sto vedendo ricompensato il lavoro di questi anni”.

A proposito di metodo, il suo potrebbe essere definito “antropologico”, perché lavora sulle storie degli altri e sulla sottrazione di sé, mentre per anni siamo stati abituati all’idea del giornalista personaggio, molto presente, in cui contava e risultasse più centrale quella presenza rispetto al contenuto.

“Esatto, hai colto perfettamente il senso del mio metodo di lavoro. La mia idea di televisione è quella sottrattiva, cioè, quasi di limare la mia presenza: io ci sono ma sono un mezzo. Utilizzo un po’ la maieutica socratica, che è la capacità di esserci diventando un mezzo che faccia uscire la verità. Così le persone stanno con me, si fidano di me, si confidano e io sono un mezzo, non il protagonista della storia. Quello che conta è la verità della storia. Questo mi permette di creare un modello sociologico, perché questo meccanismo e questa maieutica li utilizzo per gli incontri, anche per le storie minime, le inchieste morali le ho definite. La verità sta dentro di noi e quando viene fuori è meravigliosa e chi guarda la tv se ne rende conto”.

C’è un mondo dell’informazione in evoluzione e che sta cercando di capire dove andare. In questo mondo, sopravvivono tante contraddizioni, come la precarietà di tanti giovani a discapito spesso di un’informazione di qualità. Cosa sente di poter dire a riguardo?

“Conosco il problema e io stesso mi sono scontrato in questi anni con la Rai, perché per le redazioni che mettevo su avevo bisogno di giornalisti ma ai giovani venivano offerte cifre irrisorie e io ero costretto a dire a ragazzi bravissimi: ‘Mi dispiace, non posso tenervi con me’. Alle persone che intraprendono o fanno questo lavoro posso solo dire quella che è stata la mia storia. Le ossa me le sono fatte nei giornali di provincia, cercando delle storie minime che sembrano apparentemente minime. Quando si arriva a fare poi la televisione a livello nazionale e si ha quel retroterra, si può fare ogni cosa. La scuola di giornalismo di Perugia va benissimo ma la verità dei fatti e la pratica che si fa nelle piccole redazioni sono ciò che ti permette di fare il giornalista al meglio".

Mauro Bortone
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