Adusbef: "Bisogna liberalizzare, ma con giudizio"
venerdì 13 gennaio 2012
Modalità di accesso alle professioni, opportunità di togliere alle categorie professionali quel che non richiede specifiche competenze, saturazione di alcune professioni: queste le sfide per il governo Monti
 
Meno Stato, più mercato. Questo il mantra che dovrebbe risuonare nei prossimi mesi per effetto delle liberalizzazioni che il governo intende mettere in atto. Ma come suol dirsi non è tutto oro quel che luce. Antonio Tanza, noto avvocato e  vicepresidente nazionale di Adusbef, non ha dubbi: le liberalizzazioni sono positive quando intaccano rendite di posizioni, ma ci sono professioni talmente  sature che incentivare ancor di più l’ingresso non agevolerà nessuno. Secondo Tanza le liberalizzazioni devono essere considerate sotto tre punti di vista: modalità di accesso alla professione, opportunità di togliere alle categorie professionali quel che non richiede specifiche competenze, saturazione di alcune professioni. 
“Ci sono categorie che non pongono sbarramenti all’accesso, come nel caso di avvocati, commercialisti, insomma tutti quegli ordini che non hanno un numero chiuso, – afferma Tanza – ma per quel che riguarda notai e farmacisti certamente il problema si pone. Intanto c’è da dire che quella del farmacista è una professione svilita dallo storia: una cosa era la vecchia professione che prevedeva la preparazione dei medicinali da parte del farmacista, altra cosa è oggi dove si tratta di vendita al banco di medicinali. Quindi mi pare equo che i farmaci cosiddetti da banco, quelli di fascia C, siano venduti nelle parafarmacie con un evidente vantaggio per il consumatore che può acquistare a prezzi calmierati e senza doversi recare appositamente in farmacia, ma “al volo” mentre magari sta facendo la spesa. Senza trascurare che in questo modo si aprono opportunità di lavoro per tanti giovani laureati che non saranno più costretti a lavorare alle dipendenze del titolare di una farmacia per mille euro al mese. Oggi rilevare una farmacia costa circa un milione e mezzo di euro perché le licenze sono a numero chiuso. In pratica sono fonte di reddito notevole, ma solo perché c’è uno sbarramento all’accesso. Un discorso analogo può essere fatto per i notai che, per fare l’esempio più banale, per la semplice autentica di una firma riscuotono 100 euro. Siccome per l’autentica di una firma non sono necessarie particolari competenze credo che possa essere tolta ai notai e data ai pubblici funzionari. Sono d’accordo che quella del notaio è una professione altamente specialistica, ma proprio per questo non dovrebbero siglare atti che possono essere fatti da tutti. Certo non si può dire a un notaio, che ha dovuto superare un duro concorso per praticare la professione, che l’avvocato può sostituirlo in tutto, ma vanno limate le attività riservate a questa categoria”.
Insomma si tratta di toccare le famose rendite di posizione e ovviamente chi ha acquisito diritti consolidati nel tempo non li cede volentieri. Ma forse il momento è davvero arrivato anche perché in un mondo globalizzato non possiamo più immaginare una società arroccata su privilegi che non trovano analoghi esempi nelle società modernamente organizzate. Eppure questa è solo una faccia della medaglia. Infatti ci sono professioni sature che non danno garanzia di lavoro a chi comunque si è guadagnato il famoso “pezzo di carta” e a volte neppure di qualità della prestazione professionale. Quindi ripensare un sistema è cosa buona e giusta, ma per vincere le sfide del mercato del lavoro e delle richieste della società occorre che la formazione risponda a criteri di merito e di alte competenze. “Per alcune categorie professionali possiamo parlare di liberalizzazioni sulle tariffe minime – conclude Tanza – è il caso degli avvocati, ma per quel che riguarda l’accesso semmai avremmo bisogno del numero chiuso. Nel Salento l’Ordine degli Avvocati è al quinto posto a livello nazionale per densità. Ma anche i commercialisti sono una categoria satura. È frutto della povertà del nostro territorio: non ci sono soldi per mandare i figli a studiare fuori e quindi ci si rivolge all’offerta formativa che viene offerta qui. Ritengo che bisogna fare molta attenzione a trattare la materia delle liberazioni. Penso ad esempio che nel campo della giustizia con l’istituto della Mediazione il cittadino si trova a dover pagare costi triplicati rispetto al passato oppure, come accade nel caso dei ricorsi contro i grattini scaduti, l’aver obbligato al versamento di 37 euro per la causa ha disincentivato il cittadino a farle. Allora qui non si tratta di liberalizzazioni, ma di giustizia negata”. 
 
Maddalena Mongiò 
 
(fonte: Belpaese)