Roma alla conquista della Messapia
giovedì 8 luglio 2010
La minaccia dell’alleanza militare di Taranto e Sparta indusse i Messapi a chiedere aiuto a Roma. Ma le mire espansionistiche di quest’ultima non avrebbero risparmiato la Terra d’Otranto, dove però i romani incontrarono la ferma resistenza dell’esercito di Pirro
 
Ancora una volta, approfittando del disordine che si era venuto a creare sulle due sponde del mare Adriatico, Taranto cercò l’aiuto di Sparta, al fine di imporre il suo predominio in Puglia. Questa volta si presentò il principe spartano Cleonimo, che sbarcò nel 314 a.C. nel Salento ma venne sconfitto da un’alleanza tra Messapi e Lucani presso Oria. Nel 303 a.C. Cleonimo tornò alla testa di 5mila opliti, al fine di compiere una spedizione punitiva contro il Salento, ove pose l’assedio e conquistò il porto fortificato di Thuria (Roca vecchia). I Messapi, posti alle strette dall’esercito spartano, pensarono di chiedere aiuto al nuovo scomodissimo alleato, che da potenza locale stava ormai divenendo potenza egemone in Italia. Roma inviò in aiuto dei Messapi un esercito al comando del console Marco Emilio Paolo (o secondo Tito Livio del dittatore Gaio Giunio Bubulco). Questi sconfisse Cleonimo in un’unica battaglia e restituì Thuria Sallentina ai Messapi, che così si trovarono in debito con la potenza romana.  Le campagne militari del principe Cleonimo, reimbarcatosi di corsa sulle sue navi, e dopo aver invano tentato di espugnare Brindisi, proseguirono con sfortuna addirittura in Veneto, dove venne sconfitto dai barbari del Brenta e costretto a tornare a Corcira (Corfù) con un quinto della sua flotta. 
 
 
Il nemico romano all’orizzonte
 
Taranto dovette inghiottire l’ennesimo rospo ed assistere, assieme ai Messapi, alla terribile terza guerra sannitica, provocata da un trattato del 299 a.C. tra Romani e Lucani in funzione antisannitica. La sconfitta di Aquilonia sottomise i sanniti a Roma, che ormai si trovava senza nemici che ne sbarrassero le mire espansionistiche al di là degli Appennini.  
La guerra con Taranto che ne seguì costituì la logica conseguenza dell’interesse romano per lo Ionio, come avevano dimostrato le spedizioni in Lucania culminate nel 291 a.C. nella conquista di Silvium, in Peucezia (l’attuale Gravina) e la fondazione di Venusia, presso Matera. L’espansionismo romano si spinse fino alla città di Thurii, conquistata nel 282 a.C. in aperta violazione dei trattati stipulati con Taranto. Alla guerra mancava solo un casus belli, che fu la cattura di alcune navi romane che improvvidamente avevano violato il limite di navigazione del Capo Lacinio, sicure che lo svolgimento nel teatro dell’ennesimo baccanale avrebbe obnubilato i tarantini a tal punto dal non accorgersi del provocatorio passo della flotta romana, poi circondata e catturata dalle navi tarantine.
L’anno che seguì, il 281 a.C., fu un anno funesto per tutto il Salento, dal momento che le decisioni prese dai principi Messapi ne segnarono la definitiva rovina. Questi, infatti, in palese violazione dei trattati contratti con i romani (il cui arcaico diritto internazionale si basava tutto sul rispetto della Fides, la cui violazione avrebbe marcato di infamia i nemici e legittimato Roma alla più terribile delle vendette), spinti dai Tarantini siglarono con questi, con Lucani e Bruzii (calabresi) un trattato di alleanza militare contro Roma. Non si comprendono i motivi di questa scelta né si sa se vi aderirono tutte le Città della Lega Sacra; di certo i Messapi, forse memori dei trionfi apuli della fratellanza meridionale del passato, sottovalutarono la potenza delle Legioni di Roma, dimenticando d’un colpo la secolare inimicizia con la città ionica.
Nel 280 a.C. i tarantini mossero contro Thurii e la restituirono agli alleati lucani, mentre le legioni romane si portarono dal Lazio alla Lucania a marce forzate. Ancora una volta i tarantini chiesero aiuto oltre Adriatico, al despota dell’Epiro, Pirro, un personaggio straordinario per la sua abilità militare, prontezza politica e raffinatezza culturale, che lo avevano portato ad essere egemone nella Macedonia e nella Grecia ed erede spirituale dello stesso Alessandro Magno, presso la cui corte Pirro aveva appreso le arti politiche e militari, essendo stato Pirro allievo del generale Tolomeo, poi divenuto faraone d’Egitto. Fu proprio il figlio di Tolomeo, Tolomeo Cerauno, a fornire a Pirro i primi aiuti  militari, consistenti, tra l’altro, nei terribili elefanti africani, utilizzati quasi come dei carri armati per scompaginare le schiere nemico e diffondere il panico tra i romani.
 
Vincenzo Scarpello
 
 
 
L'immagine è tratta dal volume di Nick Fields “Tarentine Horseman of Magna Graecia” (Osprey 2008)