Presi per la gola
giovedì 8 luglio 2010
Da tempo il settore agro alimentare italiano subisce l’attacco di frodi alimentari. Un fenomeno che incide ogni anno su una delle voci più importanti dell’economia nazionale. Anche il nostro territorio, uno dei più ricchi di varietà e di produzioni, rischia l’invasione di prodotti esteri, spacciati per locali, e di dubbia qualità. Uniche difese: la tracciabilità e la trasparenza in etichetta
 
Pseudomonas fluorescens. Il responsabile delle “mozzarelle azzurre” (e non parliamo della pessima figura della Nazionale di calcio ai recenti mondiali) è un batterio che si annida in stabilimenti, a qualche centinaio di chilometri dall’Italia, dove la scarsa igiene e i controlli lasciano a desiderare. Una situazione certamente occasionale per la Milchwerk Jager Gmbh & Co ditta di Monaco di Baviera che, in alcuni discount della penisola, commercializza cinque marche di mozzarelle prodotte con latte non italiano: “Land”, “Malga Paradiso”, “Lovilio”, “Fattorie Torresina” e “Monteverdi”. Nomi che non rendono il consumatore immediatamente consapevole della provenienza di quanto va ad acquistare. Un problema che induce ad una riflessione più ampia sulla situazione del patrimonio agroalimentare italiano che in molti casi rischia di rimanere soltanto una bella e avvincente storia da declinare però solo al passato. 
Le mozzarelle fatte con latte tedesco, il vino con lo zucchero, la pasta con il grano importato sono attacchi a un sistema, quello italiano, che ha basato la propria fortuna proprio sulla qualità. Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food, nei giorni scorsi ha rilanciato il suo appello: “La nostra agricoltura è ancora per fortuna fatta di tante aziende medio-piccole, e questa è sempre stata la nostra vera forza. Diversità, radicamento sul territorio che ha fruttato anche in termini di bellezza relativa della nostra nazione, la capacità di preservare la biodiversità che è anche espressione culturale, di un’evoluzione lenta e attenta, principale risultato del nostro ‘adattarci localmente’. Ma queste aziende medio-piccole hanno il futuro segnato se non ci saranno cambiamenti forti, con la capacità di guardare al lungo periodo. La nostra agricoltura per quanto originale nel contesto europeo non è immune dai processi di industrializzazione, centralizzazione e ancora di più concentrazione che hanno investito le agricolture dei Paesi del Nord Europa, della Francia, della Gran Bretagna, sul modello di ciò che è avvenuto negli Stati Uniti: è l’idea che si possa produrre cibo senza contadini. Tanto il cibo lo si fa viaggiare; tanto bastano pochi addetti che si trasformano in operai a cottimo per le grandi industrie o le catene di distribuzione”. 
E il Made in Italy purtroppo, pur essendo un prodotto buono e salutare, ha un difetto, il costo. Costa di più rispetto a tanti surrogati che hanno anche la sfacciataggine di nascondersi dietro le pieghe del finto nome italiano per attirare in maniera subdola i compratori. Il caso di un prodotto di eccellenza come il formaggio è esemplare: due marchi, il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano, nel 2010 hanno avuto una crescita delle esportazioni negli Stati Uniti del 55%, confermando gli Usa come il principale mercato di sbocco fuori dall’Unione Europea. Lo dice un’analisi di Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi al primo trimestre del 2010 che evidenzia le ottime performance. Eppure  il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano restano i formaggi italiani più copiati nel mondo e se la punta dell’iceberg delle imitazioni è il “Parmesan” diffuso in tutti i continenti, dagli Stati Uniti al Canada, dall’Australia fino al Giappone, in vendita c’è anche il “Parmesao” in Brasile, il “Regianito” in Argentina, “Reggiano” e “Parmesano” in tutto il Sud America, ma anche “Pamesello” in Belgio o “Parmezan” in Romania. 
Il fenomeno della contraffazione alimentare riguarda purtroppo l’intero “Made in Italy” agroalimentare. All’estero, stima la Coldiretti, sono falsi tre prodotti alimentari di tipo italiano su quattro con il mercato mondiale delle imitazioni che vale oltre 50 miliardi di euro. La riflessione che nasce, deriva da questo contesto: occorre, secondo la Coldiretti, fare chiarezza a livello nazionale ed europeo estendendo l’obbligo di indicare in etichetta l’origine, a tutti i prodotti. E la soluzione operativa potrebbe arrivare dalla Puglia: Farm To Fork (F2F), “dalla fattoria alla forchetta”, è il progetto europeo sulla tracciabilità alimentare di dieci enti europei, tra cui anche l’Università del Salento. L’equipe guidata dal professor Luciano Tarricone, del dipartimento di Ingegneria dell’Innovazione ha realizzato un’applicazione della tecnologia di Identificazione a Radio Frequenza, detta Rfid da mettere sugli alimenti: grazie ad un lettore si procede all’autenticazione dell’origine dei prodotti, riducendo gli di sprechi e incrementando di conseguenza la qualità.