"Mancò la fortuna, non il valore"
venerdì 28 maggio 2010
L’epopea dei nostri militari della “Folgore” ad El Alamein. Tra questi il magliese Fermo Conte, recentemente scomparso, membro dell’eroica Divisione
 
Fermo Conte (nella foto), erede di una dinastia di artigiani ebanisti in un periodo felice per Maglie, non c’è più. Chi lo ha conosciuto ne ha apprezzato la franchezza e la serenità, la mitezza ed un buon senso sempre più raro di questi tempi. Ci lascia però non soltanto l’uomo ed il lavoratore, ma anche il soldato. Fermo Conte infatti era uno degli ultimi sopravvissuti dell’eroica Divisione “Folgore”, che partecipò nella terribile battaglia di El Alamein, punto di svolta (assieme all’assedio di Stalingrado) della Seconda Guerra Mondiale. 
Vale davvero la pena volgere il pensiero a quei momenti decisivi per la storia mondiale, ricordarli per come ci sono stati raccontati dai reduci, da chi ha avuto la sorte tragica di vivere in prima persona una guerra combattuta dalla parte di chi, in una battaglia, si accorgeva del capovolgimento delle sorti dell’intero conflitto. Ed è veramente sconvolgente ricordare l’estremo equilibrio e serenità con la quale il signor Fermo mi raccontava di quei giorni, mostrandomi con orgoglio la sabbia di quelle lande lontane, la cosiddetta “quarta sponda”, sulla quale l’Italia di Mussolini voleva costruire il suo predominio mediterraneo, dopo aver perso, con un’eroica quanto inutile resistenza, quanto rimaneva dell’effimero impero etiopico.
Già, quel barattolo di sabbia, sporco di polvere da sparo e sangue, che rappresenta quanto gli rimaneva della gioventù e di quei sogni di grandezza condivisi da un’intera generazione e che andarono ad infrangersi contro il muro d’acciaio e di piombo delle forze corazzate di Montgomery. Da sola resistette la “Folgore”, un corpo d’elite del Regio Esercito, a cui era stato assegnato il compito di combattere come un reggimento di fanteria e di proteggere il ripiegamento dell’armata italo tedesca, che con l’esaurimento del carburante, sui cui giacimenti in Libia le truppe di Rommel continuavano a marciare, aveva esaurito anche la spinta offensiva.
Il 23 ottobre 1942 la 185° Divisione “Folgore”, copriva, assieme alla “Pavia”, il fianco dell’armata, tra le depressioni di Qattara e Munassib. Il 6 novembre, a battaglia ormai conclusa, la “Folgore” combatteva ancora. Contro di essa dapprima la gloriosa 7ma (i “Desert Rats”) e la 44ma divisione inglese, poi la 50ma e la divisione “Francia libera”, 50mila uomini, 400 pezzi di artiglieria, 350 carri e 250 blindati, a fronte di 6mila uomini armati solo con armi leggere e qualche pezzo di artiglieria. Ci si sarebbe aspettato che dei normali soldati si riposizionassero e si limitassero a mantenere la posizione. Invece la Folgore attaccò i carri britannici che le venivano incontro, incurante della morte e degli esiti della battaglia e costringendo il comando inglese a deviare l’attacco sul centro dello schieramento italo-tedesco, non essendo riuscita la programmata manovra di aggiramento.
Qualunque esercizio retorico non potrebbe mai riuscire ad esprimere l’eroismo di quegli uomini, di chi, armato di una sola mina magnetica, carne contro acciaio, riusciva ad avere la meglio dei temibili cingolati inglesi, combattendo fin oltre i limiti delle possibilità umane. Nino Arena, comandante della Divisione carri “Ariete” così descrive la fine della battaglia per la Folgore: “Non un solo drappo bianco. Nessun uomo ha alzato le braccia. 32 ufficiali e 262 paracadutisti, feriti e stremati, erano ancora nei ranghi, con le armi in pugno, in piedi, quando il nemico li ha catturati privi di acqua e rifornimenti da 7 giorni, e senza munizioni, e dopo avere risposto con l’ennesimo ‘Folgore!’ agli inviti ad arrendersi a braccia alzate”. 
Non ci troviamo dinanzi a persone comuni. Ci troviamo dinanzi a leoni, come ebbe definirli lo stesso Churchill, le cui gesta fanno commuovere ancora oggi. Con la medesima fiera commozione oggi salutiamo Fermo Conte, che ha raggiunto nei ranghi, 68 anni dopo, i suoi amici e compagni d’armi, che, appena ventenni, lo hanno preceduto in “quell’angolo di cielo, destinato a tutti noi, dove vivono in eterno, Santi, Martiri, Eroi”. 
 
Vincenzo Scarpello