Storie di ordinaria quotidianità  al Tribunale di Lecce
giovedì 28 gennaio 2010

Le riforme ci sono state, ma non hanno risolto i problemi della giustizia. Dal 1994, nonostante l’intervento del legislatore, non è stato ottenuto alcun risparmio di tempo per concludere i tre gradi di giudizio. Incredibile, ma vero, sono necessari 78 giorni in più! Sorprende l’esito non confortante della riforma sotto il profilo dei tempi dei procedimenti d’appello. Uno degli effetti che ci si attendeva dalle modifiche introdotte era in particolar modo relativo alla riduzione della durata del processo d’appello. Nei fatti lo snellimento del processo d’appello, ora concentrato in poche udienze, non ha portato a una riduzione della durata complessiva del giudizio perché si sono dilatati i tempi tra un’udienza e l’altra. Questo dato inaspettato ha la sua ragion d’essere nell’aumento del carico di lavoro delle Corti d’appello sulle quali gravano i procedimenti prima ripartiti tra Tribunali e Corti d’appello. Questa situazione non presenta risultati omogenei su tutto il territorio e “non è imputabile -si legge in un recente studio della Banca d’Italia- a inefficienze ancora presenti sul fronte delle regole processuali, quanto piuttosto a carenze di altra natura. 

La durata media dei procedimenti d’appello presenta significative differenze a seconda del distretto: per i procedimenti in 2° grado conclusi presso la Corte d’Appello si andava, nel 2005, da un minimo di 349 giorni a Bolzano a un massimo di 2185 giorni a Reggio Calabria. Questa diversità sembra potersi ragionevolmente spiegare non solo con una diversa disponibilità di risorse rispetto ai flussi di domanda, ma anche con una differente organizzazione degli uffici e, per questa via, del lavoro dei singoli magistrati”. Le disponibilità di risorse, umane ed economiche sono la nota dolente. Situazioni paradossali caratterizzano l’andamento di una giornata lavorativa in un qualsiasi Palazzo di Giustizia. 

Lecce ha avuto “l’onore” dei titoli a quattro colonne per le note vicende del palazzo di via Brenta, ma la quotidianità è costellata da episodi che non “brillano” sulle testate pur affaticando e a volte paralizzando la giustizia. Può far sorridere, ma accade che non ci siano auto di servizio per andare in carcere quando si deve procedere a interrogatori. Accade che per legge il magistrato non possa usare la sua auto per recarsi in carcere e procedere, accade che il cellulare del carcere debba andare ad accompagnare il magistrato, accade che si perda tempo, accade che si sprechino maggiori somme. Certo ci si arrangia, dall’acquisto dei codici a cui provvedono i magistrati, “come se dicessero a un chirurgo di acquistare il bisturi con cui deve operare” afferma con ironia un magistrato; alle buone intenzioni che ogni giorno tutti sbandierano, il cittadino deve solo decidere a quale santo votarsi.