I messapi e la guerra: la sacra Lega nell'Italia Meridionale
domenica 13 dicembre 2009

La dodecapoli messapica serbò sempre la sua autonomia con l’orgoglio delle sue tradizioni e l’attaccamento alla sua libertà, fatto valere con la forza del suo agguerritissimo esercito, del quale la punta di diamante era una formidabile cavalleria, mandata in una carica travolgente contro le truppe nemiche, devastandone le falangi grazie all’abilità dei nobili messapi nel maneggio di archi e lance a cavallo e della spada, una volta appiedati.
Una concordia, quella delle città messapiche, conseguita dopo anni di rivalità e piccole schermaglie tra le comunità, sorta più che per spirito di fratellanza messapica, per necessità strategiche, data la particolare collocazione della Messapia nell’ambito dei regni dell’Italia meridionale. La stessa Puglia, colonizzata tra tre popoli di provenienza comune, era già divisa tra Messapi, il cui regno si era esteso dalle coste adriatiche del Salento fino all’attuale provincia di Brindisi, Peucezi (o “Pediculi”, ossia “abitanti delle colline”) che dalle spiagge del brindisino e del barese, si stabilirono sulle colline murgesi, da Fasano e Cisternino fino al Tavoliere, e Dauni, che dal Tavoliere arrivarono fino al Gargano e agli Appennini. Daunia, Peucezia e Messapia formavano la Japigia, unità territoriale solo nominale, che sta ad indicare solo la comune provenienza indoeuropea di queste tre popolazioni, le quali, in realtà, erano già differenziate, culturalmente, militarmente e spiritualmente sin dal loro approdo in una Puglia già divisa tra la zona costiera Adriatica colonizzata dai Pelasgi e la zona Settentrionale ed interna, che assieme a Basilicata e Calabria Settentrionale, formava l’antica Enotria.
Il confine tra Messapia e Peucezia era in realtà già stato tracciato da Pelasgi ed Enotri, le differenze tra i quali si possono cogliere ancora oggi, tra i luoghi dove la tipica costruzione rurale è il “trullo”, abitati dagli Enotri e quelli nei quali le campagne sono costellate invece dal “furnieddhu”, di derivazione tipicamente pelasgica. I Messapi, forti della loro cavalleria che precedeva i coloni che si stabilivano nelle località rese sicure dai nemici, si spinsero fino al Metapontino ed occuparono la stessa città di Taranto, fondata circa nel 2000 a.C. dal mitico eroe cretese Taras, figlio di Poseidone e della ninfa Satyria.

Gli Spartani nel Salento
Ben più altra rovina attendeva in realtà il Salento. La popolazione più bellicosa dell’antichità, la cui stessa società era fondata sulla guerra e sulla distruzione dei nemici, aveva esteso le sue brame sulle ricche terre degli Japigi. A Sparta, infatti, infuriava una guerra civile tra Iloti e Parteni da una parte e Spartiati dall’altra. Gli Iloti erano le antiche popolazioni che abitavano la penisola lacedemonica e che erano stati soggiogati e resi schiavi dai dorici Spartani, mentre i Parteni erano un gruppo di giovani impegnati nell’Agoghè, richiamati in patria per accoppiarsi con le vergini spartane ed incrementare la popolazione spartana, decimata dalla guerra contro i Messeni. A capo dei Parteni venne eletto uno di essi, Falanto, il quale cercò di rovesciare lo stato spartano, complottando con gli Iloti. Ma il complotto fu scoperto e gli Iloti trucidati tutti. Il destino dei parteni e di Falanto fu demandato all’oracolo di Delfi che così vaticinò: “Popolate la grassa terra degli Iapigi e siate la loro rovina. Quando vedrai piovere dal cielo sereno conquisterai territorio e  città.”
Sciagura peggiore non poteva abbattersi sulla terra dei Messapi. Falanto ed i Parteni, avendo sacrificato ad Apollo Achergetes (il Dio tutelare i fondatori di Città) partirono con una flotta spartana alla volta del Salento. Vi giunsero nell’anno 706 a.C., sbarcando a sud di Taranto, venendo accolti con benevolenza dai Messapi, in nome della comune nascita greca. Falanto, ottenuto il segno divino, il pianto della moglie Ethra (il cui nome significa “cielo sereno”), penetrò coi suoi silenziosamente nella fortezza messapica di Taranto e la conquistò. Taranto divenne così la prima colonia spartana nella Magna Grecia.
Da Taranto gli spartani, popolo guerriero, cercarono di espandersi nel territorio vicino, giungendo ad ottenere il predominio di buona parte della costa Ionica, dal fiume Lama, appena prima Metaponto, sino a sud. Il generale spartano Leucippo riuscì infatti a conquistare il principale porto messapico sullo Ionio, Eghenanxa, mutandone il nome in Kalè Polis (Gallipoli). I Messapi, per contrastare l’espansionismo tarantino, furono costretti a spostare la capitale a nord, verso il confine, da Soleto ad Oria. Taranto, con continue incursioni, mirava a distruggere attraverso il saccheggio dei campi le economie dei paesi vicini, strategia molto comune presso i fratelli spartani, costringendo quindi i contadini a spostarsi lontano dai campi contesi. I Messapi reagirono facendo altrettanto, continuando questo tipo di azioni terroristiche fino a quando la situazione non degenerò.

Una battaglia epica
Nel 473 a.C. le truppe della lega sacra messapica si unirono a quelle dei Peucezi e delle altre popolazioni vicine, fino a raggiungere un esercito di 20mila uomini. Immediatamente i Tarantini corsero ai ripari, alleandosi con i greci di Reggio Calabria, il cui re Anaxilao inviò un forte contingente al comando del suo generale Micito. La battaglia fu memorabile e cruentissima. Da un lato la falange spartana dei tarantini, con le fanterie ausiliarie degli alleati, e dall’altra la cavalleria messapica con le fanterie pelasgiche ed alleate. I leoni di Messapia riuscirono in una carica devastante a spezzare in due l’esercito nemico, costretto alla fuga. Sul campo rimasero 3mila Japigi, ma il numero dei morti tarantini non fu nemmeno possibile contarlo, tanto che quella rimase nella storia la più grande strage di greci compiuta a memoria d’uomo.
L’esercito sconfitto si divise in due tronconi come anche quello vincitore, che si divise in due per inseguire i nemici in rotta: i tarantini furono raggiunti dalla cavalleria messapica e fatti prigionieri o uccisi, ed i Messapi imposero a Taranto di mutare la forma di governo da aristocratica a democratica, mentre i Reggini vennero inseguiti fino alla loro capitale, che fu addirittura presa dai Messapi.
L’esercito più celebrato dell’antichità, la medesima falange spartana che qualche anno prima, nel 480 a.c. aveva dimostrato dinanzi al mondo il suo valore ed il suo eroismo nella leggendaria battaglia delle Termopili, era stato vinto ed umiliato dalla forza militare dei Messapi.

 

Vincenzo Scarpello