I Messapi, Etruschi di Terra d'Otranto?
lunedì 30 novembre 2009

Un popolo veramente misterioso, questi Messapi. Non si sa innanzitutto da dove siano giunti. Secondo alcuni sono una popolazione dell’Illiria, altri sostengono siano comunque un popolo ellenico, altri ancora, basandosi sui riscontri letterari, sostengono siano Cretesi, come dimostrerebbe la loro modalità civilizzatrice per così come si sviluppò nel Salento.
Ciò che è certo è che furono un popolo estremamente religioso, attaccato al culto dei defunti in maniera così devota da conferire alle proprie massime due divinità, Tiotor Andrilao e Bama, il dominio dei cieli, del mare e dell’oltretomba.
Le testimonianze archeologiche che nel Salento rimangono dei Messapi riguardano infatti il particolare modo col quale questi usavano seppellire i propri morti, in enormi sarcofagi di carparo, come quelli che sono conservati nel museo civico di Gallipoli. L’inumazione, pratica funeraria già diffusa nel Salento in epoca pelasgica, fu dai messapi riadoperata secondo canoni tipicamente indoeuropei: all’interno dei sarcofagi, molto grezzi e squadrati, essenziali nella forma come nel messaggio di eternità che da essi doveva promanare, era inciso il nome del defunto, che veniva sepolto con tutte le suppellettili che gli sarebbero state utili nel regno dei morti. I guerrieri ed i re, venivano sepolti con indosso le loro armature, le spade, le trozzelle istoriate con figure prevalentemente geometriche e con gli amuleti ed i tesori che sarebbero stati essenziali per affrontare il difficile viaggio dell’anima nell’aldilà.

Un pantheon singolare
Ad accogliere l’anima del defunto i due monarchi della terra, dei mari e dei cieli, erano Bama e Tiotor Andrilao (o Taotor Andrilabas), ai quali era associato un politeismo nel quale altre divinità compartecipavano al governo delle forze naturali e soprannaturali. Tra di esse Thana, dea della luna e delle foreste, Batas, il dio della folgore, e Bes (o Besa), la divinità che soprintendeva alla protezione della malasorte, sul modello della quale sarà poi costruita la figura dello “Scazzamurieddhu” (o “Lauru”). Bes era infatti un ometto pelato, basso e pingue, barbuto e con le gambe storte, del quale vi sono raffigurazioni sui reperti conservati presso il Museo “Castromediano” di Lecce. Bes era invocato non solo come protettore dalla malasorte ma anche come nume tutelare della fertilità data la sua natura itifallica, venendone riprodotta la figura in corrispondenza dei crocicchi ed all’ingresso dei fondi.
La sede del culto di Tiotor Andrilao e di Bama era la Grotta della Poesia, presso Roca Vecchia, una delle prime località, come testimoniano evidenze archeologiche, di approdo dei Messapi. La grotta della Poesia, già luogo di culto di Medh, venne riutilizzata data la sua singolare struttura a tre caverne, l’ultima delle quali è raggiungibile solo tramite un sifone. In essa i Messapi incisero più volte il nome del loro dio ctonio, Tiotor, assurgendo la grotta, nella religione messapica, non più simbolo del ventre materno, ma del passaggio tra il regno della vita e quello dell’oltretomba.
Bathas, dio della folgore e della luce, adorato presso la grotta della Porcinara, a Santa Maria di Leuca, Come anche la dea Thana, venerata nel sacello dello Scalo di Furno, presso Porto Cesareo, sono divinità simili, nei tratti e nel culto a dei di un popolo che coi Messapi ha fin troppe corrispondenze, ossia gli Etruschi.

Etruschi e Messapi
Le similitudini tra questi due popoli appaiono fin troppo evidenti, non solo nel pantheon, che vede nella coppia sacra messapica una corrispondenza nell’etrusca Aite-Persipnai (sebbene vi fossero anche Mantus e Mania), ma anche nella concezione della morte, della necropoli come vera e propria “città dei morti” distinta da quella dei viventi alla quale era però contigua e nel Mundus etrusco che ripropone la grotta messapica come luogo di passaggio soprannaturale. Anche gli Etruschi veneravano un dio del fulmine, Apulu (l’assonanza con “Apulia” è purtroppo solo suggestiva) ed due dei della superstizione,  Tagete e Vetis che avevano caratteristiche simili a quelle di Bes. Anche gli etruschi veneravano infine Artume con le stesse caratteristiche della Thana messapica. Vi è perfino una leggenda che unisce questi due popoli, quella della ninfa Themis, patrona dell’aruspicina, la quale, provenendo dalla Città arcade Pallanzio, ritrovò nella terra dei Messapi il proprio alfabeto, iscritto sulla tavoletta bronzea conservata presso il Tempio di Minerva, e da qui le portò nel Lazio dove formò l’alfabeto latino. Senza addentrasi tuttavia nel campo proprio della linguistica si può notare, suffragati dalla sola mitografia, la sorprendente somiglianza tra l’alfabeto messapico e quello etrusco, dal quale il latino trasse origine e che sarebbe un ulteriore tassello nella conferma della comune origine del celebre popolo che colonizzò la toscana e di quello messapico, accomunati da queste veteres graecas litteras.

Le dodici città
La più sorprendente similitudine tra questi Messapi ed Etruschi si trova nella loro organizzazione sociale e politica. Come gli Etruschi i Messapi erano infatti organizzati secondo un criterio gerarchico al vertice del quale si situava un’aristocrazia sacra presieduta da un Re, traccia evidente della comune radice indoeuropea. L’unità politica di entrambi i popoli era la città, organizzata urbanisticamente secondo criteri ben precisi, con templi e città di pianta circolare, in perfetta continuità con quelle pre-italiche. Ogni città costituiva un istituzione a sé, indipendente in tutto e con una propria divinità tutelare, alla quale era dedicato un fuoco sacro pubblico, che tutta la popolazione era chiamata ad alimentare, come il fuoco era simbolo dell’unione domestica, il nucleo originario e fondante della società indoeuropea, ossia il clan familiare, fondato sulla natura.
Nel V secolo a.C. i Messapi si unirono in una lega sacra, modellata secondo una struttura tipicamente etrusca, ossia la dodecapoli, nella quale il numero sacro 12 era la cifra della compiutezza (la riduzione di 12 è infatti 1+2=3, numero della perfezione e 3 *4 – numero della terra - è uguale nuovamente a 12) della ricomposizione della totalità originaria, la discesa in terra di un modello cosmico di pienezza e di armonia. La Lega, fondata su un solenne giuramento di fedeltà, fratellanza e reciproco aiuto, non solo mise fine ai dissidi che vi erano stati tra le varie comunità, ma costituì il germe dell’unità politica ed ideale del Salento come entità politica, insomma, il cuore stesso della nostra Identità.
Le Città fondate a quel tempo dai Messapi erano infatti molte più di dodici. Nella mappa di Soleto, l’ostakon portato alla luce nel 2003, figurano infatti solo le città messapiche del Salento meridionale, ossia Hydrus (Otranto), Taras (Taranto), Baletion (Alezio), Ozan (Ugento), Nareton (Nardò), Sollytos (Soleto o Sallentum, la Capitale messapica), Mios (Muro Leccese), Sty (Cavallino), Lios (Leuca), Lik (Castro), Baxta (Vaste), Thuria (Roca), e Graxa (Gallipoli), mentre la dodecapoli messapica era formata invece da Alytia (Alezio), Ozan (Ugento), Brention/Brentesion (Brindisi), Hyretum/Veretum (Vereto), Hodrum/Idruntum (Otranto), Kailia (Ceglie Messapica), Manduria, Mesania (Mesagne), Neriton (Nardò), Orra (Oria), Sybar (Lecce), Thuria Sallentina (Roca Vecchia).

 

Vincenzo Scarpello